giovedì 7 ottobre 2010

La speranza occultata

L'isola (iii)

di Nicola Bardasi

Augusto Minzolini teorizzò, in varie interviste e dichiarazioni della metà degli anni Ottanta e dell'inizio dei Novanta, l'assenza del privato, ritenuto un concetto superato soprattutto se riferito a personalità pubbliche e ad eventi di interesse generale. Non sta a me, e non è neppure oggetto di questo articolo, vedere se il direttore del Tg1 sia o no rimasto fedele alla deontologia professionale che applicava e propugnava in gioventù. Il tema, senza nulla togliere alla questione, non è nemmeno tanto interessante.
Lo è di più, a mio giudizio, osservare quanto accaduto in questi giorni attorno alla scomparsa, ed oggi sappiamo all'omicidio, di una quindicenne.
In principio fu la scomparsa, la ricerca di una doppia vita nei meandri pericolosissimi di Facebook (come se l'uso del social network di per sé sia la prova di una insoddisfazione profonda, di una propensione alla mitomania e alla fuga). La tesi della pericolosità sociale di Internet fu sostenuta con vigore senza rendersi conto della difficoltà intrinseca legata al sostenere queste posizioni dato il numero degli utenti della rete e del sito) Uno dei molti casi in cui si sono cavalcante tigri di carta e lanciate crociate con un vigore degno di miglior causa. Si potrebbe anche chiuderla qui.
Forse bisognerebbe.
Federica Sciarelli, conduttrice di
"Chi l'ha visto?"
Fonte: listalesbica.it
Occorre però anche riflettere su un altro tema: quello che è stato definito "la morte in diretta". La scoperta del privato è stata tardiva, il rispetto nullo, l'attenzione psicologica dovuta ai personaggi coinvolti ha rasentato l'inesistente. Quando? Solo ieri quando "Chi l'ha visto" ha usato la vicenda per alzare lo share? O anche quando la vicenda è servita per raccontare una inesistente gioventù bruciata, priva di valori, di remore, di principi, attaccata solo a sogni di adolescenti e degradate e degradanti ragnatele virtuali? Dietro, forse, non c'è solo la volontà, legittima da parte dell'informazione, di "stare sul pezzo", ma anche l'irrefrenabile impulso, segno dei tempi, a costruire una mitologia della suburra, della lussuria, del disfacimento morale che permea ogni cosa, ogni persona, ogni evento. Senza eccezioni.
È un vecchio gioco quello che, partendo da una supposizione di eguaglianza fra la "classe dirigente" (in senso lato) e i cittadini (in senso altrettanto lato) attribuisce a questi, a tutti questi, i comportamenti di quelli. Come tutti i giochi ha una finalità: delegittimare la speranza del meglio, cioè l'attesa ottimista del futuro, vale a dire annichilire la voglia di cambiamento, renderla inoffensiva e quindi influenzabile.
La passività sociale è una componente del caso Scazzi?
Una ragazza dipinta come maniaca e ninfomane (udite udite possedeva persino un account su Facebook!) desiderosa di abbandonare il paesello natio (quale ardire!) e il nido familiare (le era toccato uno zio così attento... Cosa poteva volere in più dalla vita?): io mi permetto di considerarlo un buon indicatore in tal senso.
Non si è detto altro.
Non si poteva fare più silenzio, usare anche con lei, con l'ambiente circostante e con i fatti che emergevano, la misericordia che tanto piace all'Onorevole (?) Lupi ed il beneficio del dubbio?
Ciò che ne esce, comunque, è un sistema mediatico assurdo, filiazione diretta di una società che non sa guardare con ottimismo agli altri perché cattiva. E la cattiveria è sempre derivante, soprattutto quando è collettiva, dalla mancanza di speranza e dal "così fan tutti" che ci fa credere che tutti sotto il sole facciamo schifo uguale. Questo sentimento e l'atteggiamento connesso mi preoccupa di più delle beghe immobiliari e della Libertà senza Futuro o del Futuro senza Libertà.
Forse Minzolini aveva ragione.
Il privato probabilmente non esiste.
Ma solo perché lo concepisco non vuol dire che sia d'accordo. Potrei esserlo se si dicesse che non importa se si guardi il pubblico o il privato, importa l'occhio e lo sguardo.
Soprattutto quando si volge verso coloro che oggettivamente sono più deboli.

lunedì 4 ottobre 2010

Quel liberalismo "solo a parole"

La parola ai testimoni (i)
di Maurizio Alessandro Cattaneo*

Il Presidente del Consiglio on. Silvio Berlusconi
Fonte: insiemepercamarda.com
Ieri Berlusconi ha tenuto un comizio a Milano, come non ne teneva da un paio d'anni... bello, rilassato e luminoso in viso, le spalle larghe e la vita stretta (sembrava addirittura magro), ma soprattutto con una ritrovata verve, con quel carisma che ha ammaliato nel lontano '94 l'Italia, e non a caso a fine discorso sono state riportate le parole della discesa in campo di Silvio, quasi per riportarci indietro di più di un decennio. Man mano che l'ascoltavo rievocare le frasi da lui dette anni prima dicevo tra me e me che capivo chi aveva creduto in lui, che io stesso lo avrei votato, anche se all'epoca avevo solo tre anni. Si parla di liberalismo, di libertà d'impresa, di uno Stato leggero che deve chiedersi cosa deve fare lui per il cittadino e non ciò che il cittadino può fare per lui, uno Stato che debba garantire l'ordine e la giustizia e non interferire nell'economia; si parla di scissione chiara e netta tre pubblico e privato, di un paese meritocratico che riconosce le capacità del singolo e lo aiuta per forgiarsi e forgiare la sua vita senza trasformare questo aiuto in assistenzialismo, uno Stato che insomma metta al centro l'individuo. Ma l'idillio termina ben presto, non solo perchè rimangono parole vuote, ma soprattutto poiché nel medesimo discorso emerge quella malattia tutta italiana dello scorporo del liberalismo economico, il cosiddetto liberismo, da un liberalismo etico, di diritto, un liberalismo sociale. Allora si iniziano a sentire parole come la sacralità della vita, la famiglia naturale ed altri temi simili. Ebbene sconvolgiamo la mente di Berlusconi e del suo seguito: non esiste scissione tra liberalismo e liberismo (se non nella mente di Benedetto Croce, ma il paragone sconvolge). Il liberalismo è una dottrina politica complessiva, nella quale la libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica, per dirla con Einaudi, ma oltre ad essa l'individuo si realizza attraverso i propri diritti civili e la libertà sul suo corpo, ed è per questo che non si può essere liberali se non si concede ad un essere umano il diritto sul proprio corpo e la scelta di poter evitare inutili sofferenze ed umiliazioni, sia fisiche che spirituali, facendo dipendere la libertà del singolo da un nuovo "Stato etico"; non si è Liberali se ancora si mette in dubbio la possibilità di una donna di abortire e si fa di tutto per ostacolare questa difficile scelta: dai medici obiettori al blocco della pillola abortiva; non si è Liberali se si vieta alle coppie sterili di accedere all'uso della procreazione medicalmente assistita, a meno che, ipocritamente, con essa la donna non sia disposta ad affrontare inutile dolore e mortificazione; non si è Liberali se si nega la realizzazione dell'individuo come membro di una coppia, anzi di un nucleo famigliare, in base al suo orientamento sessuale. Ma la debolezza delle parole del Presidente del Consiglio non sta solo nella loro contraddizione interna, ma è rappresentata anche da quei tre governi, che in ambito di libertà economica hanno fatto ben poco, e purtroppo mi duole dirlo, anche con il voto del rappresentanti di Futuro e Libertà, che però almeno oggi si accorgono dell'errore. Il fulcro sul quale verte il Liberalismo economico è che lo stato non deve intervenire come protagonista nell'economia, ma deve solo coadiuvarne il funzionamento, attraverso la costruzione e il mantenimento di una rete infrastrutturale, attraverso il diritto delle persone all'istruzione, alla salute e alla sicurezza, che passa attraverso la garanzia che magistratura e forze dell'ordine assicurano all'individuo e alle imprese; tutte cose affatto seguite da Berlusconi. Analizzando le iniziative prese dai governi guidati dal Cavaliere notiamo il sottofinanziamento delle opere infrastrutturali grandi e piccole, soprattutto per quanto riguarda il meridione d'Italia; notiamo pure il drastico taglio ai fondi per l'istruzione, l'Università e la ricerca e una demonizzazione continua della magistratura, accompagnata da pesanti mietiture dei fondi disponibili per essa e per le forze dell'ordine, bloccando così alcune rivoluzioni annunciate dallo stesso premier come l'informatizzazione del processo civile, che la dove è arrivato, come ad esempio in alcuni dipartimenti del tribunale di Milano, è merito dei privati. Al contempo abbiamo assistito al moltiplicarsi delle spese di mantenimento dello Stato e della politica, al proliferare delle provincie e all'aumento della pressione fiscale, sia attraverso imposte dirette che indirette. Se al cittadino lasci invariate le aliquote fiscali ma al contempo gli aumenti il pedaggio autostradale, il risultato che otterrai è comunque quello di un aumento del prelievo,il quale però va maggiormente a danno della classi sociali più deboli, quelle che nel famoso discorso della sua discesa in campo egli dichiarava di voler aiutare e proteggere. Infine voglio ricordare che anche laddove si è cercato di dare spazio al privato ci siamo ritrovati situazioni paradossali come la totale scomparsa delle scuole private a vantaggio di quell'ibrido mostruoso che sono le scuole paritarie, che spesso non sono sinonimo di maggiore qualità ma solo di facili promozioni; il tutto mentre la scuola pubblica agonizzava. E ancora ci siamo ritrovati di fronte alla riconversione di colossi economici statali in società compartecipate a maggioranza pubblica, alle finte liberalizzazioni di alcuni settori del mercato attraverso la svendita di monopoli statali a favore di monopoli privati, ed ovviamente non voglio stare a tediarvi con il discorso sulla liquidazione del patrimonio statale con assurde vicende come la cartolarizzazione, che si tradussero solamente in maggiori costi per lo stato. Insomma dopo quindici anni ci accorgiamo, purtroppo tardivamente, che Silvio Berlusconi non è la Thatcher italiana, nemmeno nella versione in salsa rosa, ma solamente il figlio deforme del socialismo, e forse non dovremo sorprendercene più di tanto dato che il Presidente del Consiglio era solito partecipare alle convention del PSI. Ma se l'obbiettivo più volte dichiarato da Berlusconi era quello di fare in Italia la rivoluzione liberale, mi trovo a dire che egli non solo ha tradito la volontà popolare che lo ha eletto, ma lo stesso motivo della sua discesa in campo, e allora dico che preso atto del suo fallimento sarebbe meglio che egli, al posto di tentare di affondare chi ancora si mantiene fedele a quel proposito, passasse il testimone.

*Maurizio Alessandro Cattaneo è responsabile della sezione giovani del circolo di Milano di Generazione Italia

venerdì 1 ottobre 2010

Millenovantacinque - parte uno: la sindrome di Dorileo

Le sei frecce (iii)

di Niccolò Fattori

Al tavolo di un ristorantino turco, io e Ceyda stiamo mangiando del kebap di pollo, condito con pomodori, insalata ed un bicchiere di Ayran.
Ceyda è una ragazza che ho conosciuto un paio di sere prima in un pub. Ha il fisico ben tornito di una pallavolista amatoriale, lo sguardo sveglio e dei bellissimi boccoli neri che le cadono sulle spalle, incorniciando un viso dai lineamenti forti ed i colori scuri. Tra un morso e l’altro, facendo ben attenzione a non parlare a bocca piena, conversiamo discretamente in italiano, lingua di cui ha una buona padronanza.
Inevitabilmente, si finisce a parlare di politica. Nonostante siano fascisti, dice, e lei si professi di sinistra, vota CHP (Partito Repubblicano del Popolo, e maggiore forza dell’opposizione) e odia il primo ministro Erdogan. La cosa non mi stupisce, conoscendone l’estrazione altomedioborghese.
Quello che davvero non mi aspetto, è il suo commento sull’occupazione dell'Iraq.
"Studi Relazioni Internazionali: dovresti sapere perché Bush ha invaso l'Iraq... ". Non faccio in tempo a rispondere che è lei a continuare: "Per creare uno stato curdo e distruggere la Turchia, ovviamente".
"Scusa?" la mia reazione è immaediata.
"Sai, non ho nulla contro i curdi, sia chiaro, mio padre era di Diyarbakir. Però, se mi domandi cosa penso del conflitto nel sud-est, beh, è chiaramente una manovra per dividere il paese. Anche in Iraq, gli americani vogliono staccare il nord curdo e aiutare il PKK per indebolirci. Non sarebbe la prima volta. Gli occidentali ci hanno divisi, ci hanno invasi, ma noi abbiamo combattuto, e li abbiamo cacciati via".
Non so cosa ribattere. Vista la natura più o meno galante dell'incontro, schivo l'argomento e le chiedo qualcosa su suo padre, promettendomi di approfondire la tematica.
Pochi giorni più tardi, un’altra ragazza, Zeynep, mentre mi sta aiutando a ripassare certi costrutti grammaticali, mi chiede se sono cristiano, e cosa mi ricordo della visita del Papa. Lei non è come Ceyda, la sua è una famiglia anatolica, di Konya, ed il velo che porta sui capelli la dice lunga sul suo orientamento religioso. La risposta è una scrollata di spalle, e un vago cenno: "La visita del Papa in Turchia? Dovrebbe essere stata quando hanno ammazzato quel prete a Trabzon, se non sbaglio".
Non sbaglio.
Il povero prete, don Andrea Santoro, che di colpevolmente comunista aveva solo il nome, fu assassinato nel febbraio 2006 da un giovane Bozkurt, uno dei Lupi Grigi, i famigerati ultra-ultra-ultranazionalisti turchi che ogni tanto fanno capolino nelle pagine della cronaca.
"Beh, mio padre dice che sono stati i cristiani a complottare l’omicidio, per far ricadere la colpa su un turco - continua Zeynep - personalmente, non ci credo. Però per molto tempo, i giornali hanno continuato a pubblicare teorie di cospirazioni antimusulmane ed antiturche".
"Come quando l'Inter ha giocato a Istanbul indossando la maglia con la croce rossa?" le faccio eco, ricordando della partita con i Sarı Kanaryalar (Canarini Gialli) del Fenerbahçe nel novembre del 2007. "Più o meno. Vedi, checché ne dicano i repubblicani, a molti turchi l'occidente non va giù. Il cristianesimo è, secondo alcuni, solo una delle armi che l'Europa sta utilizzando per piegare la Turchia, non essendoci riuscita con la guerra. Fuori dai mercatini turistici di Istanbul, lo straniero, in astratto, quando non chiede ospitalità, è il cavaliere crociato venuto per conquistare il paese".
"Deh, sarà per questo che qui in Turchia piaccio alle donne!". Rido di gusto. Lei un po' meno.
L'atteggiamento cortesemente paranoico di Zeynep e di Ceyda nei confronti del resto del mondo è radicato nella mentalità turca quasi quanto il senso di ospitalità: sono due facce della stessa moneta, l'uno derivante dal profondo orgoglio e senso di rivalsa che ancora infiamma i cuori dai giorni della guerra di indipendenza, l'altro nato dalla persistenza di tradizioni e stili di vita basati sulla centralità della c.d. "famiglia tradizionale" e dallo storico ruolo dell'Anatolia come ponte tra Asia ed Europa.
Ancora più incuriosito e un po' turbato, mi dirigo verso casa con l'intento dichiarato di saperne di più a proposito delle calunnie post-mortem rivolte dai giornali alla buon'anima di padre Santoro, ridacchiando sulla reputazione di crociati che ci siamo guadagnati dal 1095. Così, frugando tra i bagagli, sotto l'elmo, la croce di pezza rossa da cucire sul mantello, le cronache di Guglielmo di Tiro e la spada che giurai di piantar nel cuore del feroce Saladino, trovo un bell'articolo del 2006 di Michelangelo Guida, docente al dipartimento di Pubblica Amministrazione dell'università di Fatih, ad Istanbul: "The Sèvres Syndrome and “Komplo” Theories in the Islamist and Secular Press".
La tesi è semplice: i mezzi di comunicazione in Turchia, specie quelli più politicamente orientati, agiscono da cassa di risonanza della paranoia antioccidentale della gente comune, amplificandola fino a farle raggiungere livelli da commedia plautina.
"Bella scoperta - mormorerà un lettore disincantato - veniamo da un paese dove si pubblicano La Padania e Il Foglio, dove un sottosegretario strappa il velo ad una donna musulmana il giorno del Bayram, che è un po' come pisciare sul presepe la notte di Natale".
Ineccepibile.
Ma la cosa va oltre. Va oltre il semplice spacciar i rantoli di un tunisino ubriaco che giura di uccidere tutti gli italiani, che lo odiano, per un documento programmatico di Al Quaeda: dietro la tragedia di padre Santoro, i radicalissimi imam del giornale Gerçek Hayat, sia chiaro, una lampante eccezione nel mondo editoriale anatolico, vedono la punta di un iceberg di complotti e cospirazioni antiturche. Un breve estratto da un articolo pubblicato nella testata, "Rahibe Sıkılan Kurşu" (La pallottola che ha ucciso il prete) e ripresa da Michelangelo Guida «Si possono trovare un sacco di ragioni sull'omicidio di don Santoro, ma il solo aspetto degno di nota è la sua collocazione temporale appena dopo la pubblicazione delle vignette denigratorie nei confronti del Profeta. Tutto quello che sta succedendo nel mondo ci mostra che in un paese dove nessuno ha mai pensato di mettere in agenda il problema dei missionari, il fatto che sia stato scelto un sacerdote cattolico piuttosto che uno protestante potrebbe non dare l'impressione che si sia trattato di un piano ben architettato. Comunque, le caratteristiche dell’obiettivo designato e la tempistica dell'omicidio, continueranno ad essere discusse a lungo».
Trabzon è una città di trecentomila abitanti. Un alto costo della vita, un'altissima disoccupazione, la presenza di innumerevoli vittime del terrorismo curdo e tanti altri fattori possono risultare un ambiente fertile per ideologie estreme, come ha fatto notare il giornale Aksiyon. Ma no, il povero sacerdote di Trebisonda è stato vittima non tanto delle pallottole di un estremista sedicenne quanto del complotto Cristiano per accusare la Turchia di terrorismo.
Stessa storia per la visita del Papa.
Il 14 settembre 2006, Benedetto XVI ebbe di nuovo modo di mostrare al mondo le proprie innate capacità di comunicatore adoperando la voce dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo per dire una cosa giusta (centrale nel discorso di Ratzinger è l’armonia tra fede e ragione) usando le parole peggiori, ovvero «Mostrami ciò che Maometto ha portato di nuovo nel mondo, e vi troverai solo cose cattive e disumane», con una tempistica da commedia trash anni '80 (erano i giorni delle vignette satiriche contro il Profeta).
Ricapitoliamo: un Papa cattolico usa le parole di un Imperatore bizantino per dare addosso al Profeta musulmano nei giorni confusi dell’estate 2006.
Geniale.
Necmettin Erbakan, teorico dell'Islam politico
Fonte: e-turchia.com
Seth MacFarlane non avrebbe saputo fare di meglio.
Nonostante l'inevitabile valanga di commenti, a Benedetto XVI non mancò il fegato per fare una visita pastorale ad Istanbul, nel novembre dello stesso anno.
Questa volta è Necmettin Erbakan, leone dell’Islam politico, che ci fornisce un pezzo da manuale di retorica della paranoia in "Medeniyeti Islâm'a Borçlular", sempre riportato da Guida «È chiaro come il sole che il Papa non stia venendo in Turchia con in cuore le sorti del popolo turco. Al contrario, infischiandosene del popolo turco, il suo vero obiettivo è visitare il Patriarca, l'autorità religiosa dei cristiani ortodossi, per rafforzare l'ecumenismo e riportare Bisanzio a nuova vita. Sta arrivando per dare una mano ai razzisti imperialisti, che complottano contro il mondo islamico [...] È solo una parte del piano che hanno in mente per dividere il nostro paese e la nostra comunità, per farne un boccone, mangiarla, annientarla».
Insomma, un cocktail di frasi ad effetto, teorie della cospirazione, inni alla cultura immortale del popolo, minacce alla comunità ed identificazione del male assoluto con lo straniero, con un sistema religioso differente.
Mancano solo le camicie verdi.

mercoledì 29 settembre 2010

Il realismo intellettuale di Campi

Il fucile (v)

di Gian Piero Travini

Ho conosciuto Alessandro Campi quando ho iniziato a lavorare alla mia tesi. L'ho inserito volentieri in bibliografia dopo che ho letto alcune sue elucubrazioni abbastanza "datate" su Schmitt e Gianfranco Miglio, che l'amico Nicola Bardasi ben conosce, per poi dedicarmi a "Il ritorno (necessario) della politica", un signor libro di real politik in chiave "interna" piuttosto fondamentale nell'analisi politica del momento critico che ben prima del 2002 in cui il libro è stato scritto si affacciava. E continua ad affacciarsi.
Non nego che parte di questo blog nasca sull'onda del tema di un ritorno alla "centralità della politica" che Campi continua a predicare dalle colonne digitali di FareFuturo. Con FareFuturo, come avrete facilmente intuito leggendo molti dei nostri articoli, abbiamo poco a che spartire, considerando parte dei collaboratori e delle "menti espresse" dalla fondazione come nocciolo di quel liberalismo-chic che cerchiamo di controbattere con la logica costruttiva di un liberalismo più "terribile", nell'accezione parmenidea del termine. Più critici, dunque, soprattutto con chi dietro la critica si nasconde ma che in realtà non fa il passo avanti che noi auspichiamo.
Poche eccezioni, in queste realtà. Le principali sono la professoressa Sofia Ventura e, appunto, Alessandro Campi.
Alessandro Campi, direttore scientifico di FareFuturo e
docente di Storia del pensiero politico a Perugia
Fonte: mpalumsa2010.blogspot.com
La ragione è semplice. Campi non è un politologo attivista. Non è un politico. Non è dunque un politicante. È, prima di tutto, uno storico e un analista. Così come lo era 'Ted' Carr quando analizzava i fallimenti del liberalismo idealista di Woodrow Wilson (e, come Carr, condivide la dicotomia di liberale E realista). Campi inizia a cogliere i primi segni di cedimento del liberalismo "cerchiobottista" di chi lo circonda. Perché è uno storico. Perché è dotato di spirito critico. Ed è capace di farlo funzionare.
E non posso fare a meno di esaltarmi leggendolo per caso su Il Foglio.
Non fa nomi.
Non indica i "colpevoli".
Si limita a rilevare una condotta errata di Gianfranco Fini e a rilevare comportamenti che l'ala "populista" di Futuro e Libertà per l'Italia sta mantenendo. Con un perfetto esercizio logico Campi esalta le problematiche della terza gamba del governo Berlusconi IV, comportamenti che già altri avevano rilevato, purtroppo con modi, intenti e parole meno limpide di quelle del direttore scientifico di Futuro e Libertà.
«[A Fini; n.d.G.P.T.] dovrebbe riuscire una manovra che restituisca senso politico a questa aspra contesa che si è trasformata in una questione personale dalle sfumature poco limpide. Dal punto di vista dell’ex leader di AN il risultato lo si può ottenere ritornando a declinare i temi culturali del cosiddetto "finismo", cioè la molto evocata "conversione di Fini", attraverso una nuova formazione politica che, pur all'interno del centrodestra, si ponga in leale concorrenza (non antitesi) con il berlusconismo e la sua interpretazione dei rapporti sociali e della politica». La via che traccia è semplice: dimissioni di Fini dalla Presidenza della Camera per avere più libertà di manovra, di espressione e di tempo, evitando attacchi puerili ma mediaticamente efficaci. Tra le righe emerge una velata critica al discorso di Mirabello, critica che già abbiamo avanzato su questo blog: la Presidenza della Camera è il principale blocco che personalmente, non mi permette di considerare Fini un interlocutore politico valido.
«Creare e guidare direttamente un partito significa scegliere con accuratezza gli uomini e la classe dirigente, significa parlare in chiave politica, e non solo istituzionale, con il tuo potenziale elettorato. Fare politica da presidente della Camera, di fatto, è un freno». Campi è chiaro: distaccarsi definitivamente dalle logiche grette atte a guadagnar tempo del gruppo parlamentare per iniziare a lavorare su quel 7% che i sondaggi accreditano al plausibile soggetto politico finiano.
Poi, Campi entra nel merito retorico di una piccolezza su cui avevo riflettuto ascoltando il discorso di Fini sulla vicenda monegasca: «Guai se Fini si dimettesse perché spinto dalla risibile e forsennata campagna sulla casa di Montecarlo: è uno scenario che non esiste e che è stato persino un errore adombrare da parte sua nel video messaggio di sabato scorso. Non c'è nessuna proporzione, nessun legame comprensibile, tra la banale faccenda della casa monegasca e l'enormità delle sue eventuali dimissioni. Se mai Fini decidesse di fare un passo così importante, dev'essere ispirato da ben altro: dalla sua storica battaglia per un centrodestra migliore. Un sacrificio dettato da ragioni politiche, dalla decisione responsabile e coraggiosa di mettersi personalmente a capo di una formazione politica capace di recuperare e rilanciare il senso di un percorso culturale che viene da lontano».
Il fattore tempo gioca a sfavore di Fini. Come gioca a sfavore del centrosinistra. Interrompere prematuramente la parabola del berlusconismo avrebbe l'effetto opposto di ridarle slancio, grazie al clamore suscitato da un eventuale "tradimento" di Fini e all'ondata di consenso della Lega, mandando a carte e quarantotto il gioco di Gianfranco.
Affascinato dall'analisi di Campi, che personalmente condivido totalmente, azzardo un'ulteriore quanto naturale evoluzione: dimissioni di Fini da presidente della Camera, creazione e consolidamento del nuovo partito, possibilmente astraendosi da certi residuati bellici dell'inutilismo berlusconiano (che non ha nulla a che fare con l'immobilismo berlusconiano: nel PDL quelli utili se li sono tenuti TUTTI), attesa dell'inevitabile crisi di governo che Bossi potrebbe aprire a fine anno rendendosi conto dell'impossibilità numerica anche solo per impostare definitivamente il federalismo e poi ci si giocano tutte le possibilità alle elezioni, sperando che qualcuno introduca nel programma elettorale come prima riforma quella elettorale in senso uninominale, ricordandosi che nelle democrazie con i coglioni le riforme elettorali si fanno immediatamente DOPO le elezioni, e non poco prima per sparigliare in un senso o nell'altro la contesa.
Ma cosa rimane di ciò che Campi ha segnalato?
Rimane che esistono persone all'interno di Futuro e Libertà che potrebbero impedire a Fini di commettere gli "errori" giusti. Di fare vera politica.
Uno che mi viene in mente? Il solito.
Alle 18.02 di ieri pomeriggio, dopo le prime dichiarazioni al termine del vertice di maggioranza, l'onorevole Italo Bocchino dichiara che il voto sulla fiducia «È un modo che salutiamo favorevolmente perché fa appello, e consente di esprimersi, a tutta la maggioranza. La fiducia è la presa di distanza dalla politica dell'autosufficienza praticata fin qui, una presa di distanza che è esattamente quello che noi volevamo. Quindi direi che in generale è un passo avanti sulla strada dell'intesa. Porre la fiducia rappresenta una tesi, quella di appellarsi a tutta la maggioranza, che valutiamo positivamente». Alle 22.27, probabilmente sotto l'effetto del Vinavil e Ranxerox come pochi, il buon Bocchino si scatena a Ballarò: «Berlusconi ha tirato fuori l’operazione fiducia perché gli consente di tirare a campare e di portare avanti la legislatura ma dimostrerà che c'é la "terza gamba" e che è determinante per la tenuta del governo».
Campi e l'onestà intellettuale sul Foglio.
Bocchino a raccontarci delle sessantaquattro società off-shore di B. quando domani gli darà la fiducia, col pretesto retorico che la «fiducia al governo è ben diversa dalla fiducia a Berlusconi» in diretta televisiva.
La scelta è dannatamente facile.
BANG!!!

sabato 25 settembre 2010

Piccoli populismi

Il fucile (iv)

di Gian Piero Travini

Grazie a dio è tornato Annozero: mi mancavano le boiate di Castelli.
Volutamente sotto alle righe, l'ex-ministro della Giustizia: evidentemente dal partito gli hanno fatto notare che Borghezio, a La7 qualche sera prima, aveva esaurito il bonus cazzate. No, seriamente... si capisce che è cosciente di essere rappresentante dell'unico partito costituito con «la bussola ben salda», per citare un noto filosofo contemporaneo che si presenta a conferenze stampa con le maniche della camicia arrotolate in autunno.
Quindi, trovando un Castelli insolitamente lucido, mi sono concentrato su Fellatio.
A parte quando si è messo a litigare con la sua ex-compagna di partito Chiara Colosimo, facendosi sfottere persino da Castelli, l'ho trovato molto a suo agio nell'evitare accuratamente di intervenire sul problema sollevato dagli operai dei cantieri navali di Castellammare di Stabia e nell'affrontare, innamoratizzimo, l'annoso problema della casa di Fini e del "dossieraggio" che i parlamentari di Futuro e Libertà attribuiscono a Berlusconi. Fino a che Santoro non ci ha dilettato con un pezzo di ottimo giornalismo, sottoponendo all'onorevole Bocchino un piccolo saggio di onestà intellettuale che, ovviamente, il finiano non è riuscito a cogliere.
Santoro domanda al parlamentare per quale motivo il suo gruppo, a seguito delle accuse, non tolga la fiducia a Berlusconi. La risposta è immediata, scontata, provata e riprovata più e più volte: «Non confondiamo le vicende di cui abbiamo parlato oggi con la fiducia al governo, perché noi siamo vincolati con gli elettori, sul programma di governo, non con Silvio Berlusconi o su quello che lui fa con i suoi giornali».
...
Fermi tutti.
Italo Bocchino, parlamentare di Futuro e Libertà
Fonte: vip.it
Qualcuno spieghi a Bocchino che non siamo dotati di un sistema elettorale basato sul principio uninominale.
Qualcuno spieghi a Bocchino che non c'è l'elezione nominale diretta dei rappresentanti degli elettori al Parlamento.
Qualcuno, per carità di dio, spieghi a Italo Bocchino che il suo mandato non deriva dagli elettori.
Il gruppo parlamentare di Futuro e Libertà non fa capo agli elettori. Non deve nulla a loro. Qualsiasi parlamentare eletto all'interno del partito PDL, come lo furono i "finiani", ha un vincolo con il partito che lo ha inserito nelle liste elettorali. Ovviamente chi vota sono gli elettori, ma non sono gli elettori a decidere le liste elettorali, l'ordine di lista e quindi la conseguente ripartizione dei voti sui vari candidati. Sono i partiti.
Il vincolo di Bocchino, come di tutti i parlamentari eletti nelle liste del PDL, va al PDL. Non agli elettori.
PDL. Non elettori.
Se avesse dichiarato: "Noi siamo vincolati al PDL, quindi se non ci vanno bene gli atteggiamenti di Berlusconi abbiamo tutto il diritto di contestarlo, ma comunque è grazie a lui se scaldiamo le sedie in Parlamento quindi il sostegno gli è dovuto" sarebbe stato probabilmente impopolare ma intellettualmente ineccepibile.
Invece si è gettato nel richiamo ai doveri verso il popolo, strumentalizzandolo.
Si chiama populismo. È quello di cui Futuro e Libertà accusa Berlusconi dal primo giorno di vita.
Ma è anche vero che chi va con Berlusconi impara il berlusconismo.
E Bocchino è un ottimo allievo.
BANG!!!

giovedì 23 settembre 2010

VeltroRama

Il fucile (iii)

di Gian Piero Travini

Modelli di comportamento ricorrenti.
Il "Paradigma di Desio" che il candido W. cuce addosso al PD, all'apice della sua depravazione da profanatore di cadaveri di partito, è solo l'ennesimo falso coupe de teatre cui il leader ci ha abituati da tempo. D'accordo, Desio non è l'Iraq e il candido W. sta a Husayn come "Il Piccolo Principe" sta a "Ragazzi di Vita". Ma, che ci volete fare... è la politica di W. La politica del romanzo di formazione per pre-adolescenti complessati o genitori nostalgici. Gliel'hanno insegnata così, e lui così l'ha imparata. Con un fiore in bocca, una chitarra in mano e solo un tiro di canna perché non vorrei sballarmi troppo. La politica del be-bop dopo che Miles Davis ha già dato alle stampe "Bitches Brew".
È la trama del suo nuovo vecchio libro. Nulla di più e nulla di meno.
Con un'aggiunta, questa volta: la convinzione che deve farsi un poco più figlio di puttana dell'ultima volta. Arbasino: bene ma non benissimo. È il momento di cavar fuori un po' di Ammaniti. Infatti, a Desio, pochi giorni dopo aver annunciato e mostrato il Documento dei 75, dopo aver lanciato violenti, terribili ma, soprattutto, candidi attacchi contro la 'ndragheta con un perentorio: «Chi sa, parli» il candido W. se ne esce con una chicca: «Il documento non è stato fatto per indebolire il partito, ma per rafforzarlo».
Walter Veltroni, ex-segretario del PD
Fonte: 1.bp.blogspot.com
Ma sul serio è convinto che ci crediamo? Ha già fatto un'altra volta questo giochino. Certo, lo fece candidamente, quasi per caso. Tra la fine del 2007 il gennaio del 2008, il candido W. si espresse pesantemente contro Romano Prodi, allora a capo del suo secondo governo, esautorandolo di fatto dalla struttura della sua stessa maggioranza per divenire anzitempo l'unico interlocutore delle opposizioni. Colse l'attimo di crisi del PDL, quando Casini e Fini parevano in rotta d'affrancatura dal premier B., rilanciando un dialogo sulle riforme, a partire da quella elettorale. Tra affermazione del bipolarismo, proposte di riforme elettorali in senso proporzionale uninominale, toni tra Kennedy, Obama e 'Il Garibaldi Innamorato' di Sergio Caputo, il candido W. stava crescendo in clamore e prestigio. Sull'onda di questa epidemia di buona volontà si consumò il divorzio tra Capezzone, sedotto dal lato oscuro del liberalismo, e Pannella, con l'istituzione del Tavolo dei Volentorosi, e altre iniziative squisitamente bipartisan all'insegna di un futuro radioso. La strategia del candido W., ben conscio del totale fallimento governativo dell'Ulivo, era quella di guadagnarsi autonomamente la stima dell'elettorato, che già prometteva una stra-vittoria del centro-destra, allontanandosi dalla contesa interna al Parlamento, impostando una campagna elettorale basata sulla pacatezza ed il rifiuto dell'anti-berlusconismo già imperante e una comunicazione indiretta mediante la sua attività di interlocutore politico anomalo ma attivo. Disgraziatamente per il candido W. venne il tempo di rendersi conto che anche nel mondo dei coniglietti rosa Ciuffa Ciuffa ci sono gli stupri, e a riportarlo alla dura realtà ci ha pensato Clemente Mastella, togliendo la fiducia al governo Prodi II e mandando tutti alle urne, con una vittoria quasi annunciata del PDL che, dopo il discorso del "Predellino" poteva fare a meno di Casini (ma non di Fini). Verosimilmente, il "reuccio di Ceppaloni" poteva essersi accordato con B. per candidature sicure in Campania per ex-quota UDEUR, garantendogli in cambio elezioni il prima possibile. Insomma, politica.  Un discreto siluro per chi, come il candido W., stava ancora disperatamente cercando di farsi conoscere, magari calcando un po' troppo la mano sui paesaggi della Toscana e un po' meno sulle politiche economiche. La storia, poi, sappiamo com'è finita.
Ed ora si ripete. Centro-destra in momento di crisi (presumibilmente più grave dell'ultima volta, poiché crisi "in carica"), posizione debole del segretariato del partito di cui ha la tessera in tasca (segretariato, e non segretario... è da quando esiste il PD che non esiste un segretario), momento in cui il dibattito politico si è brevemente (i liberal-chic adesso hanno altro di cui parlare: troie alla Camera o un nuovo partito da fondare in primis... noi continuiamo) interrogato sulla possibilità di una nuova legge elettorale. E il candido esautora il legittimo rappresentante del segretariato del suo partito. Proprio ora. Come due anni fa. Lo fa con un manifesto in sette articoli dove muove contro tutte le politiche pre-elettorali di Bersani, dall'ipotesi dei "due cerchi" (che poi è una riedizione de l'Unione, il fronte delle sinistre vittorioso nel 2006) a quella del "neocentrismo". Il pensiero espresso è che il "berlusconismo" o l'accanimento contro di esso siano le vere droghe tanto del sistema bipolare: da un lato nega la possibilità di "sante" crociate contro il PDL con larghissime intese che facciano le logiche della quantità, dall'altro continua la sua predica sul bipolarismo. Non ha lo charme di Kennedy, non ha le fighe di Kennedy ma, per dio, vuole avere il sistema partitico di Kennedy.
Dopo aver stigmatizzato per quattro punti il populismo berlusconiano, il candido se ne esce con questa chicca: «[...] riconosca [il PD; n.d.G.P.T.] alla dimensione religiosa piena cittadinanza nel dibattito pubblico e riaffermi il principio di laicità delle istituzioni e che accompagni la crescente sensibilità per le libertà e i diritti civili, con la maturazione di una nuova cultura della responsabilità»... Ora, dirigetevi al più vicino specchio e godetevi la faccia che vedete dopo aver letto questo capolavoro dell'ingegneria retorica della mente moderata. È la politica del cerchiobottismo. Del fatebenefratelli (reparto neurologia, mi auguro).
Due risvolti: come nel 2008 il candido W. cerca di diventare l'unico interlocutore "utile" del PD, rilanciando il dialogo sulle riforme e l'epica lotta di Red contro Toby, anche se il suo bersaglio par Bersani. Ma se W. è Red, chi è Toby?
Ralph Johnson introdusse il concetto di fallacia nella stima campionaria, ovvero una "x" che sembra una "y" ma che in realtà è una "z": applicandola al comportamento veltroniano, si scopre che in realtà il candido W. se la sta prendendo con qualcunaltro. Non con Bersani. Voglio dire, prendersela con Bersani... Alla quarta volta che gli ridi in faccia o hai del pelo sul cuore se vuoi continuare, oppure inizi a limitarti a commentare con un: "Puvrèn". No. Il candido non ce l'ha con Bersani, ma con il "Cuore dell'Impero" dietro a Bersani. Con il suo nemico-amico. D'Alema.
Massimo D'Alema, durante un convegno PD a
Piombino
Foto: Francesco Menicucci
Red e Toby. Kirk e Spock. Noodles e Max. Gilmour e Waters. Una rivalità che continua da lungi. Ancora una volta si mette in dubbio la paternità di quell'aborto spastico che è il PD. Non che cambiando il padre le condizioni migliorino, sia ben chiaro, ma ancora una volta il regolamento interno di conti va a toccare la facciata del vero leader, occultatosi da dodici anni manco fosse l'ultimo imam...
E cosa farà il candido W. se riuscirà a farsi accettare come interlocutore? Riproporrà quasi certamente il Vassallum, un proporzionale con "sbarramento" territoriale (poche circoscrizioni) e principio elettorale uninominale, andando a ristabilire ordine nelle coalizioni minoritarie escluse dal Porcellum e ritornando a creare polverizzazione a sinistra, garantendosi comunque un certo margine di vantaggio rispetto al PDL, rischiando al contempo di far aumentare l'impatto politico della Lega Nord, fortemente avvantaggiata dall'ipotetico modello elettorale quale compagine a fiducia essenzialmente territoriale. Manterrebbe un bipolarismo controllato e limiterebbe il "berlusconismo".
Ma, come nel '98, al candido W. serve tempo. Deve guadagnare la sua immagine. All'epoca veniva dai presunti successi quale sindaco di Roma, ora invece è solo uno che aveva detto di andare in Africa se avesse fallito e poi, per fortuna degli africani che già hanno la fame e l'HIV, è rimasto in Italia a fare l'illuminato per se stesso. Gli serve tempo.
Ma, come nel '98, c'è già un siluro armato per scongiurare una sua vittoria. Il siluro è la sfiducia della Lega al Berlusconi IV e l'uomo maiale che lo pilota ha la "r" moscia e una passione per le calcolatrici.
Certo, in tutto questo, se Di Pietro fosse un politico accorto e una persona intelligente, coglierebbe grossa crisi sia a sinistra che a destra, modererebbe i toni, manderebbe in avanscoperta qualche buon comunicatore e inizierebbe a costruire sin da ora l'impianto politico per sconfiggere Berlusconi, invece che biascicare in cattivo italiano qualcuna delle solite tirate pro-legalità.
Se fosse un politico accorto. E una persona intelligente.
La voglia di "migliorare" il PD di Veltroni sembra una critica a Bersani ma in realtà è una critica a D'Alema.
E, come anche questa volta accade, i veri leader non si fanno cura degli scartini. E continuano a tessere la loro personalissima tela, come instancabili e terribili Penelope. Mietendo una testa dopo l'altra.
Ochetto.
Veltroni.
Prodi.
Rutelli.
Prodi.
Veltroni.
Franceschini.
Bersani.
Veltroni?
BANG!!!

venerdì 17 settembre 2010

Intorno al laicismo - parte due: un'etica senza dio

L'Isegoreta (iii)

di Gennaro Jr. Di Napoli

"Ignoranza".
Di questo è spesso tacciato l'ateo, l'agnostico, il miscredente, il non-credente in senso lato. Pare inconcepibile ai più la possibilità di non credere in dio (si badi, "dio" sarà generico e interscambiabile con "dèi", in questo articolo) pur conoscendolo, più precisamente conoscendo cosa dicono gli uomini su di lui.
Ma che si sia atei dogmatici, increduli, teorici, avversari della religione o si sospenda il giudizio dichiarando "Non posso sapere", questo risulta indifferente nel momento in cui il teista convinto t'addita come ignorante, folle, irragionevole.
La mancanza di un pensiero non-credente unico è certo una risorsa ed un monumento alla libertà di pensiero, eppure quante volte le generalizzazioni degli "avversari" marchiano come dogmatico l'agnostico o l'ateo pratico? Sembrerebbe quasi che l'ignoranza sia in chi la sta biasimando in te.
Talvolta, assurdo fare generalizzazioni, questo atteggiamento da parte del teista, miscela di attacco preventivo e difesa ossessiva, è frutto di una percezione del non-credente come del demolitore della fede, quello che porta prove a sfavore dell'esistenza di dio, quello che critica a prescindere. Non è una descrizione che va troppo lontana dalla realtà, se lo si dice dell'ateo forte, che è forse l'unico che nega a priori e ad perpetuum.
Michel Onfray, scrittore e pensatore
ateo
Fonte: babelio.com
Ciò che viene percepito come intento distruttivo, negli altri casi, o è l'avvalersi del diritto di critica o l'affermare il proprio diritto ad esistere come non-credente. Ciò che è stato da sempre avvertito come una negazione (ce ne sono i segni nella parola a-teo), e in alcuni casi lo è stato, risulta oggi la conseguenza di uno sterminato assortimento di visioni del mondo. E, in quanto tali, di pari dignità sia tra loro sia se paragonate alle visioni religiose dello stesso. Esigono rispetto, attendono critiche, partecipano al dialogo del pensiero umano.
Non è raro ascoltare obiezioni mosse dal credente che presuppongono l'immoralità matematica del senza dio e dell'impossibilità di codificare leggi valide dello stesso, in assenza di un solido principio primo. Un ottimo modo per viaggiare indietro nel tempo fino al XVII secolo e ancora più indetro, in attesa che qualche fisico tracci la strada per l'industria cronoautomobilistica.
Siamo dunque ritornati al titolo dell'articolo, ha senso parlare di un'etica senza dio? Tralascerò tutte le elucubrazioni sull'incompatibilità tra dio e l'etica, non le condivido a pieno e di fatto non aggiungono niente al mio discorso. Rispondendomi da solo possi dire che sì, ha senso parlarne. Perché? Perché siamo lontani dalla profezia apocalittica della demolizione dei buon vecchi valori d'un tempo, c'è una quantità di persone che ha rinunciato a ricavare le proprie linee guida dalla parola di profeti, interpreti del Verbo o della stessa divinità. A prescindere dal fatto che ciò sia un atto di superbia o di razionalità.
Ma non far discendere le proprie linee guida e il proprio sistema di valori dal divino non equivale a vivere senza principi. Stabilire questa relazione è come dire che l'omosessualità porti alla pedofilia in base alla constatazione che alcuni pedofili sono omosessuali. Non metto in dubbio che anche riguardo l'etica e la moralità tra i non-credenti le visioni siano diverse, ma generalmente possiamo rintracciare alcuni elementi che vanno per la maggiore: solidarietà, giustizia, imparzialità, razionalità, libertà e condivisione.
La solidarietà, anche se non la desumiamo come prescritta dagli insegnamenti di una religione, fa parte della natura umana come adattamento evolutivo dell'uomo "animale sociale". Il lemure che si ferma per soccorrere il piccolo in difficoltà, rischiando di trovarsi diviso dal branco, prova compassione e dimostra il suo essere solidale nello stesso atto di soccorso.
La giustizia è un discorso meno evolutivo e più legato al pensiero umano. Oggi potremmo trovarne il senso nella rabbia che, chi più chi meno, si prova quando sono negati a sé stessi o ad altri i diritti umani.
L'imparzialità è palesemente frutto della storia, basta essere d'accordo sull'arbitro più adatto a servire gli altri principî di cui parliamo. La legge è un possibile arbitro, l'etica stessa può esserlo e anche dio non è da meno. La questione sta tutta nel rendere quest'arbitro convenzionale.
La ragione, imprescindibile per il non-credente almeno proporsi di far scelte razionali e non basate sull'opinione più in voga, specie se sospettabile di superstizione.
La libertà: pensiero, parola e azione devono restar libere nei limiti necessari a tutela di altri diritti che potrebbero restare dannaggiati da un'uso improprio di quelle.
La condivisione, elemento di cui l'etica non può fare a meno nel momento in cui sorge da un'analisi razionale della realtà. Essendo i mezzi di questa analisi in continuo sviluppo, l'etica, tramite la condivisione che è confronto, muta col contesto storico, la tecnologia disponibile e il livello di sviluppo della società (da non misurare su una scala verticale, ma con approccio comparativo).
Si può non essere d'accordo con la "Summa Atheologica" di Michel Onfray, ma resta il contributo indubbio che il suo lavoro porta al discorso di un'etica del senza dio, descrivendo come necessaria la fondazione di una nuova conoscenza, uno spostamento delle basi di politica e morale sul campo dell'immanenza e fondato sull'uso di ragione, filosofia, pragmatismo, utilità, edonismo individuale e sociale avendo come fine esclusivo l'interesse (il bene) degli uomini.

giovedì 16 settembre 2010

Cosa resterà di questo anno '80?

Le sei frecce (ii)

di Niccolò Fattori

La prima pagina del quotidiano
Hurriyet del 12 settembre 1920
Fonte: wikipedia.org
La prima pagina del quotidiano Hurriyet titolava "I militari hanno preso in mano il controllo". Era il 12 Settembre 1980.
La faccia sorridente del generale Kenan Evren cercava di rassicurare i Turchi riguardo alle intenzioni della nuova giunta: il paese era sull'orlo del tracollo, le continue notizie di scontri e proteste nei campus universitari facevano passare in secondo piano un'esponenziale crescita a tre cifre del tasso di inflazione.
Come la mise un mio compagno di corso: «Gli studenti dell'ultradestra ammazzavano gli studenti dell'ultrasinistra. Gli studenti dell'ultrasinistra ricambiavano». Si arrivò addirittura a fondare una repubblica sovietica sulle sponde del Mar Nero.
Di nuovo, come già dieci e vent'anni prima, nel '60 e nel '71, la mano pesante e sicura delle forze armate calava sulla politica, smantellando il sistema dei partiti ed imponendo a plebisciti una costituzione "affidabile" e blindata, probabilmente con la sincera convinzione di agire per il bene del paese.
La vita civile e politica della Turchia fu costretta dentro gli argini di un sistema monocamerale con sbarramento al 10% ed un pantagruelico premio di maggioranza che potesse garantire un parlamento docile, mentre le sinistre di ispirazione marxista si ritrovarono a subire una cortese demonizzazione, prima di essere poi cancellate a viva forza, e la galassia di cellule, partitini, partitucci, sindacati ed agitatori presto si trasformò in un ricordo di quei vent'anni tragici e confusi, tra un colpo di stato e l'altro.
Gli organici universitari subirono drastici rimpasti e rimescolamenti, mentre un programma di studi incentrato sulla "sintesi turco-islamica" cercava di insegnare ai cittadini di domani che l'unità della nazione (lingua, etnia, credo religioso), costituiva un valore indubbiamente superiore a qualsiasi ideale una fede politica potesse offrire.
Trent'anni dopo, i quotidiani Taraf e Star, espongono trionfanti in prima pagina: "Il popolo ha preso in mano il controllo".
Al posto dell'ormai impresentabile novantatreenne generale Evren, l'immagine di un signore barbuto che regge un cartello con scritto evet, turco per "sì".
La contrapposizione tra Evet e Hayir, tra Sì e No, è stata l'Evento cardine di questa lunga estate calda della politica turca.
L'AKP di Erdogan ha pazientemente costruito, in nove anni di vita ed otto di governo, il consenso popolare necessario a stravolgere la costituzione imposta dall'esercito, accreditandosi agli occhi della comunità internazionale come primo credibile interlocutore turco per l'ingresso nell'UE, riaprendo i negoziati con l'Armenia e riuscendo in un'inedita politica di flirt con Russia e Stati Uniti al tempo stesso.
Il Governo di Tayyip Erdogan, indomito politropo, forte dell'appoggio dei piccoli proprietari anatolici, della borghesia urbana scontenta dei vecchi partiti ed erede della mastodontica macchina propagandistica del Refah Partisi, il vecchio partito islamico, si è dato da fare per sgretolare l'edificio tirato su dai militari con la Costituzione dell'83. A poco a poco, i codici civile, penale e di procedura penale sono stati emendati per avvicinarsi alle controparti europee e soddisfare i criteri di Copenhagen, il "problema" curdo, che secondo molti turchi, non sussiste, è stato affrontato di petto, portando, almeno in una prima fase, a buoni risultati.
Ora, con l'ultimo referendum, la società civile turca sembra essersi lasciata alle spalle un retaggio dagli aspetti davvero neo-ottomani: corti diverse per civili e militari, diritti individuali subordinati alla volontà dello stato, e il totale dominio ideologico e culturale dell'establishment kemalista. E lo ha fatto in un modo piuttosto paradossale. Un partito radicato nel mondo islamico, il cui leader ha ripetuto in più occasioni che la Democrazia non è un obiettivo ma un mezzo per raggiungere la felicità (utilizzando il termine saadet, dalle pesantissime connotazioni religiose, che indica la felicità del regno di Maometto a Medina), ha fatto l'impossibile per avvicinare la costituzione ai modelli europei. Nel frattempo, il partito d'opposizione repubblicano e kemalista, che da statuto guarda a certi aspetti del mondo occidentale come ad un traguardo, ha remato contro con tutta la forza rimastagli dopo anni di logorante irrilevanza, impuntandosi su aspetti personali dell'operato del primo ministro e cavillando sul numero di giudici costituzionali rimasti dopo la riforma, sempre attento a rinfocolare il timore di una controrivoluzione religiosa.
Kemal Kiliçdaroglu, leader del principale partito di
opposizione, soprannominato 'Il Ghandi Turco'
Fonte: hurriyetdailynews.com
I Nazionalisti d'Azione del MHP hanno fatto campagna per il No, finendo per votare Sì, mentre i curdi del BDP (Partito per la Democrazia e la Pace), date chiare indicazioni di boicottaggio, hanno continuato a lamentarsi del mancato riconoscimento della questione etnica nel sudest.
Uno psicodramma durato tutta l'estate, che tra dibattiti, teorie cospirative, pianti ed isteria collettiva ha ottenuto nei mezzi di comunicazione uno spazio pari solo a quello dei Mondiali di basket.
Ma lo psicodramma è finito in tragicommedia, con il leader dell'opposizione repubblicana che non può andare a votare per problemi di registrazione, mentre Erdogan festeggia prendendosi un succo d'arancia con Bono degli U2, altra arma politica giocata dall'AKP, più baldanzoso ed in forma che mai.
Erdogan e gli U2
Fonte: medya.todayszaman.com
Ma nel concreto, cosa resterà di questi anni '80?
La società civile turca è sempre più divisa tra centro e periferia, laici e religiosi, burocrati e piccole imprese. Izmir e Kars.
La scuola, dopo essere stata nelle mani dei militari per due decenni, continua a sfornare gente dalla forma mentis omologata, incapace di farsi prendere da valori universali o semplicemente umanistici, le Università sono lottizzate e la simonia partitica dei rettorati è ancora una realtà innegabile.
Ma l'economia gira, la stabilità degli ultimi dieci anni ha attirato fortissimi investimenti stranieri e se per le strade è sempre più frequente vedere ragazze col velo, è perché si sentono sicure e non temono ostracismi. Nonostante le finestre dei ristoranti siano oscurate durante il Ramazan e le cheerleader ai Mondiali di basket siano state cacciate, gli standard di vita e l'apertura mentale dei turchi sono aumentati, e questo trend sembra destinato a continuare, almeno per un po'.
A trent'anni dall'infausto darbe, ormai, la Turchia si è lasciata alle spalle i momenti più bui degli scorsi decenni.
E di questo anno '80, alla fine, son rimasti solo brevi fotogrammi o treni in galleria.

martedì 14 settembre 2010

Intorno alla natura - parte uno: il concetto di "inquinamento"

L'Isegoreta (ii)
Gennaro jr. Di Napoli

L'Isegoreta oggi vi parlerà di qualcosa che è sulla bocca di tutti, ma che pochi comprendono. Sia chiaro che anch'Egli non è immune dalla difficoltà che ciò comporta, ma il Suo Ministero è quello di incuriosire e spiegare, non disdegnando l'inserire i propri commenti. Altro discorso è impartire lezioni accademiche: siano quelle compito degli accademici.
Inquinamento: questo cattivo ragazzo riesce a dividere come pochi. È secondo solo ad un (considerato generalmente) bravo ragazzo che detiene il primato del tear-making. Ma che cos'è l'inquinamento? Correntemente lo definiamo come l'insieme delle emissioni tossiche prodotte dalle attività umane che modificano gli equilibri chimico-biologici del pianeta con ripercussioni nefaste sulla biosfera. La definizione sembra piuttosto solida, ma nella stessa misura in cui un insetto-stecco sembra una pianta. E adesso arriva il senso di quel "biosfera" sottolineato: è intercambiabile con vita, anzi dire "vita" rende la definizione più agevole a comprendersi.
Bene, la maggior parte delle volte che diciamo vita, anche se parliamo di ambiente, natura e simili, usiamo un termine di gran lunga approssimativo. In realtà ciò che ci preme difendere e preservare sono: la specie umana, i mammiferi superiori, gli altri mammiferi, rettili, uccelli, anfibi, pesci, piante, insetti e azzardo i funghi. L'ordine è più o meno quasi sempre questo, ma poco importa. Purtroppo questa concezione presenta una grave lacuna: nessun riguardo per i microrganismi. Tanto non li vediamo. Si fa presto a parlare di plancton. Io mi sono fatto un'idea: lo consideriamo degno di protezione perché vi colleghiamo il nutrimento di altri animali, tra cui le povere balenottere azzurre. Aspetto con ansia che tra i commenti decine di voi mi smentiate, rimarcando il vostro genuino interesse per la flora e la fauna invisibile di terra e di mare, batteri latori d'infezioni e virus compresi. Comuque, per andare avanti nell'articolo mi occorre pensare che a nessuno importi di loro.
Ora che sappiamo quanto poco ci tanga la sorte dei "compagni di viaggio invisibili", cosa diventa la definizione da cui siamo partiti? Diventa l'ennesimo concetto antropocentrico. "Embé?" mi si dirà. Ecco, proteggersi da un inquinamento antropocentricamente inteso è dannoso almeno come non farlo (se non di più).
Sorvoliamo l'emisfero settentrionale, sotto di noi scorre prima il continente eurasiatico, un'immensa distesa dove gli ecosistemi sono lunghe strisce parallele stratificate in base alla latitudine, segue il continente nord-americano, dove la stratificazione è più o meno la stessa, ma l'effetto ottico è meno forte.
Avete visto le macchie? A macchia di leopardo migliaia di agglomerati cementizi, avvolti da cappe opache di varia grandezza, arterie grigiastre li collegano, milioni di scintillanti corpuscoli viaggiano incessantemente. Avete notato i sobborghi industriali? Migliaia di tonnellate di gas ogni anno. E questo è solo ciò che vediamo riversarsi nell'aria. Ma il nostro occhio ha molti limiti.
Dovremo preoccuparci di tutto ciò e di tutto il resto che questo breve viaggio non ci ha mostrato chiaramente? Sì e no. Mi spiego. Gli agenti inquinanti non sono inquinanti. Vi ricordate il DDT? Lo producono i crisantemi per difendersi dagli insetti. "Sì, ma il DDT stava avvelenando le colture, etc etc". È questo il punto, il DDT stava facendo danno all'uomo e a qualche altro grosso animale cui vogliamo bene, in particolare alcuni uccelli che hanno sfiorato l'estinzione. Per il resto, gli insetti avevano sviluppato delle ottime difese per fregarsene del mortifero composto e vi svelo un segreto: la maggior parte della materia vivente della terra s'era adattata o si stava adattando velocemente. Risultato? La vita aveva riassorbito il disequilibrio cambiando strada.
Ora sembrerò cinico perché non amo gli uccelli, ma vi prometto che entro la fine dell'articolo capirete la mia vera posizione.
Il DDT, uno degli insetticidi più usati di tutti
tempi
Fonte: us.oneworld.net
Come detto sopra il DDT, come praticamente tutto ciò che l'uomo produce, esiste già in natura. Ricostruiamo un momento la storia del crisantemo: inizialmente era il crisantemo e subiva le angherie degli insetti. Alcuni crisantemi svilupparono un insetticida, parecchi morirono prematuramente perché ne producevano troppo, altri invece riuscivano a uccidere molti insetti e ad autointossicarsi poco. Intanto gli insetti si munivano di difese, il crisantemo iniziò a migliorare il suo insetticida e così via all'escalation.
"Sì, ma il DDT è cancerogeno". Non è questo il punto, ma ci arriverò.
Altra notizia scottante: sapete qual'è l'inquinante che di più ha sconvolto la vita sulla terra? L'ossigeno.
Immaginatevi un mondo popolato da batteri anaerobici e alghe fotosintetiche. I batteri proliferano ovunque in quanto adattissimi alle condizioni di vita esistenti, lo stesso fanno le alghe con la loro strana alimentazione. Ma le alghe producono uno scarto dalla fotosintesi: ossigeno. All'inizio è talmente poco che i batteri nemmeno se ne accorgono e continuano indisturbati le loro allegre vite batteriche, per quanto possa essere allegro uno che si riproduce per scissione binaria. «BANG!!!», per citare un collega dal grilletto facile: la situazione precipita, l'ossigeno è troppo, si mette male per i poveri batteri. Fuggono via mentre la peste ossidativa si diffonde. Muoiono in tanti, alcuni di loro si rifugiano nei posti più impensabili. Ma almeno lì sono salvi. Ora il pianeta sembra più vuoto ma, prodigio, la prima cellula capace di respirare è già apparsa da tempo ed ora ha tutto lo spazio per moltiplicarsi, mutare, evolversi.
Probabilmente ci furono batteri che cercarono di ridurre l'attività delle alghe, ma quelle avevano sindacati e gruppi di pressione efficienti e riuscirono a portare avanti i propri interessi. E dire che sembravano così convincenti: "Scomparirà la vita dal pianeta", "Sarà la fine per tutti", "Anche voi ne subirete le conseguenze".
Il risultato lo abbiamo sotto agli occhi.
Ora però è arrivato il momento di tornare all'uomo, che non vuole fare la fine dei batteri anaerobici, evitandola anche ai suoi amici viventi: mi pare ne abbia tutti i diritti. E torniamo alle emissioni industriali: perché ridurle? Perché ci fanno male direttamente, dato che sempre più di noi vivono in città. Ma una volta che le avremo ridotte, vivremo in un nuovo giardino dell'Eden? Neanche per sogno. Ahimé, mentre mettiamo ordine in casa nostra, dobbiamo preoccuparci anche della casa d'altri. Soprattutto se questi altri vivono tra il 45° parallelo Nord e il 45° parallelo Sud. "Perché?" chiederete. Vi do un indizio: la Terra ha già fatto benissimo a meno delle attuali zone a clima temperato, come durante le glaciazioni, e non è detto che non sia intenzionata a ripetere l'esperienza. I punti cruciali per il perpetuarsi del fenomeno vita sulla Terra si trovano in quella fascia che ho su indicato.
E, paradossalmente, quelle zone sono le più soggette allo scempio della tecnologia arretrata. Quindi, mettiamo in sicurezza le nostre industrie e coltivazioni con tecniche sempre meno destabilizzanti ma, soprattutto, proteggiamo la fascia tropico-equatoriale. È quella la culla della vita, a prescindere da terraferma o acquemosse.
Parlerò adesso del mare. Nei libri di testo ci hanno raccontato che la vita è nata in acqua dal bollito idro-atmo-geologico. Ora prendete per buona questa frase e pensate al mare aperto come un enorme Sahara acquatico. Non sarete lontani dalla verità. La vita in mare è molto concentrata attorno a dei punti caldi, che sono nelle acque basse delle piattaforme continentali. Danneggiare quelle zone è forse peggio di dar fuoco a tutta la foresta amazzonica. Perché? Perché lì avviene la maggior parte dei processi che portano alla produzione d'ossigeno, alla rimozione di gas serra come anidride carbonica e metano dall'atmosfera, all'assottigliamento costante dello strato d'ozono che altrimenti si rivelerebbe altamente tossico (intanto l'ozono si rigenera grazie ad altri processi). Inoltre, cosa fin troppo sottovalutata, sono qui che avvengono i processi di desalinizzazione dell'acqua e il sale in acqua non è solo il cloruro di sodio delle nostre tavole. Infine, queste aree ospitano organismi che entrano in un ciclo biochimico che da solo vi convincerà dell'importanza della loro protezione: il ciclo dello iodio. Ebbene sì, lo iodio, quello del sale iodato. Il metabolismo dell'uomo, come quello degli altri mammiferi, è fortemente compromesso in sua assenza. Per un discorso evolutivo, se mancasse, potremmo adattarci, ma credo che non sia nell'interesse di nessuno morire in massa per fare il più grande esperimento darwiniano della storia.
Laminaria digitata, un'alga da non sottovalutare
Fonte: johnslfi.wordpress.com
Sempre riguardo questo prezioso elemento, c'è un genere d'alga, quello delle Laminaria, che rende lo iodio contenuto nell'acqua volatile, consentendogli di circolare a livello atmosferico: gran parte di questo viene distrutto dalla radiazione solare e da altri processi che lo riportano in acqua, ma il resto circola e si deposita su tutto il pianeta! Miracolo!
Ora pensate che le Laminaria sono molto apprezzate in quanto se ne sintetizza l'acido alginico, un polimero naturale utilizzato nell'industria alimentare e farmaceutica. Cosa succederebbe se l'uomo facesse partire su larga scala la lottizzazione e messa a coltura delle piattaforme continentali? Le probabili piantagioni, e si conosce l'amore per l'uomo per la comodità e l'efficienza della monocultura, potrebbero mettere a rischio altri cicli indispensabili per la vita oppure, selezionate le Laminaria solo in base alla capacità di produrre alginati, queste potrebbero smettere di volatilizzare lo iodio in ioduro di metile. Tutto ciò se le prime scorribande umane nell'agricoltura marina fossero condotte con tecniche paragonabili a quelle adottate nelle coltivazioni primitive che tutt'ora devastano le foreste equatoriali: brucia, semina, raccogli; brucia, semina, raccogli...
E qui veniamo al punto. È vero che non me ne frega niente degli uccelli uccisi dal DDT? Rispondo con un quesito: e se salvassimo gli uccelli dal DDT senza evitare la distruzione di tutti i possibili habitat a loro disposizione o, peggio, avendo generato una crisi simile a quella dei nostri sfortunati batteri anaerobici costretti in esilio?
Ditelo anche ai politici e agli attivisti che fanno massiccio uso di garze emostatiche (acido alginico).
Lieto fine: i batteri anaerobici sono felicemente tornati dal loro esilio in tempi geologicamente brevi. Ci sono quelli vecchi e tradizionalisti che vivono ancora negli ambienti estremi in cui si rifugiarono, altri, più avventurosi, hanno stabilito delle floride colonie negli intestini di tutti i viventi che lo possiedono con somma e reciproca soddisfazione. Si potrebbe dire che gli animali esistono per trasportare le loro colonie in giro per il mondo... altro che astronavi!

Il silenzio attorno ad Adro

L'isola (ii)
Nicola Bardasi

Gianfranco Miglio era un politologo ed un cultore di Carl Schmitt. Quello stesso Gianfranco Miglio è stato fondatore e padre nobile (anche se non so cosa voglia dire in questo caso) della Lega Nord. Cosa c'entri Umberto Bossi con Carl Schmitt è difficile da stabilire. Purtroppo Miglio è morto e quindi non posso andare a chiederglielo e, siccome non mi piacciono le sedute spiritiche, mi toccherà farmene una ragione. Dopotutto anche i politologi possono sbagliare, soprattutto quando escono dalla biblioteca ed entrano nel mondo. Io non condivido molti aspetti del pensiero di Schmitt, ma credo non sia per questo che non voto Lega Nord.
A Gianfranco Miglio è stata intitolata una scuola ad Adro, un comune governato da una giunta monocolore leghista. Quella scuola è pubblica, però è stata finanziata da alcune volenterose famiglie di imprenditori locali. L'hanno finanziata loro ma è nostra. È nostra ma l'hanno finanziata loro. Entrambe le affermazioni sono vere. È una verità bifronte, come Giano.
Da un'affermazione discende che possano arredarla come a loro par sia meglio farlo; dall'altra che lo Stato possa avanzare dei diritti sulla scuola di Adro perché i cittadini di Adro sono, fino a prova contraria, cittadini italiani, e quindi pretendere un certo tipo di mobilia ed arredamento, così come il rispetto delle leggi, dei programmi comuni approvati in tutta Italia per le scuole di ogni ordine e grado e di ogni regola che permetta lo svolgimento di una vita civile. Tutto semplice, dunque? Tutto così evidente? Tutto così lapalissiano? È davvero così facile dire che i leghisti non abbiano senso dello Stato e siano pure dei tangheri ignoranti, analfabeti istituzionali eccetera eccetera eccetera? Beh, non credo proprio.
E non perché la Lega sia uno dei partiti più votati (da quando in qua l'appoggio popolare certifica di per sé torti e ragioni?), né perché esista un asse di ferro tra Berlusconi ed un inesistente stato maggiore leghista (Mino Macari diceva che «se riesci a stare più di cinque minuti in compagnia di un cretino sei cretino anche tu»).
No.
Per una ragione, permettetemi di dirlo, più sostanziale. La Lega ha senso dello Stato e conosce l'alfabeto istituzionale, proprio perché vuole distruggerlo in un impeto dadaista. Ma lo fa perché a molti fa comodo che sia proprio quella gente a portare a termine il lavoro sporco.
È il silenzio delle forze parlamentari ad essere grave nella faccenda di Adro. Come se, a prescindere dal caso in cui non avessero ammobiliato la scuola con simboli leghisti, fosse normale che dei privati costruiscano per proprio conto una scuola, visto che l'Italia non è in grado di cacciare denari.
No.
Non è normale. È gravissimo. L'idea che ne esce è che il Paese sia un pranzo di nozze, una sorta catering appaltabile.
La scuola pubblica costruisce l'Italia. Se l'Italia viene mostrata come incapace di costruire scuole pubbliche è perché fa comodo pensare che essa stessa sia un bene che possa essere dato in comodato d'uso gratuito, più che uno Stato nazionale. E questo non fa comodo solo alla Lega e ai partiti di maggioranza.
No.
Fa comodo anche agli altri partiti parlamentari. Purtroppo è così. Se no non si capirebbe cosa stia facendo Napolitano di cosi importante da impedirgli di dire qualcosa sul tema, di ritorno alla routine dopo le meritate vacanze.
La volta scorsa avevo promesso la pars construens.
Eccola.
Danilo Oscar Lancini, sindaco di Adro
Fonte: 3.bp.blogspot.com
Il segretario del PD ha dichiarato che non sono un partito in pantofole. Bene. Prendano le sneakers o le scarpe da tennis e si facciano una bella corsa sulle collinette buone per il vino di Adro. Bersani ha problemi cardiaci e non sopporta il footing? Ci mandi Letta (sto scherzando, è un ologramma). Vadano lì e cerchino di capire come funziona quel mondo. Non aprano circoli. Ci stiano come naturalisti, osservatori, studiosi, come antropologi, come Darwin alle Galapagos, come Lorenz in mezzo ai cigni. Non si dica che non ne trarrebbero nessuna idea chiara. Nemmeno ora ne hanno e, perso per perso, tentar non nuoce. E poi magari il fresco fa bene. Un goccio di vino, una partita a scopa... tornano in mezzo alla gente. Sarebbe anche ora. I politici non devono fare chiacchere da bar? È vero. Chiaccherano da Lerner, non al bar. Ma magari se ci andassero sarebbe meglio. Non tutte le sere, ogni tanto.
Di Pietro, con qualche aiutino, potrebbe capire che se in gioco c'è lo Stato, ci sono in gioco anche i tribunali, visto che le manette e la giustizia non sono calze autoreggenti.
Fini dovrebbe sapere (dicono che sia intelligente) che i cinque punti proposti da Berlusconi possono essere votati o no ma che, comunque voti, dovrà potersi guardare allo specchio quando si rade la mattina.
Vendola potrebbe fare qualcosa di più che scrivere e recitare poesie. Pare che all'edicola di Adro venda di più La Gazzetta dello Sport che Ungaretti, anche se i sondaggisti sono discordi su questo. Se vuole competere per la leadership di qualcosa che ancora non esiste, prima dovrebbe costruirlo, e non mi pare che gli endecasillabi possano essere un muro portante.
E gli altri? Gli altri, tutti gli altri, possono discutere di quello che vogliono.
Non possono, però, negare che la questione principale è che un Paese va costruito giorno per giorno. La destra facendo la destra, la sinistra facendo la sinistra, il centro cercando di fare centro. Ad Adro hanno tanti difetti, magari non danno da mangiare negli asili, ma all'igiene dei sanitari ci tengono.